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Test sierologico: intervista all’esperto dr. Francesco Spinazzola

30/04/2020 in news

Test sierologico per l’identificazione di anticorpi anti-Sars-Cov2

Intervista al dr. Francesco Spinazzola

 

 

In questi giorni si parla molto di patente di immunità e della necessità di inserire il test sierologico per l’identificazione degli anticorpi anti-Sars-Cov2 tra le misure di ricerca e di valutazione epidemiologica della circolazione virale in vista della famosa Fase 2.
Ma di cosa si tratta esattamente? Quando è possibile farlo? Che informazioni fornisce questo tipo di test?
Cerchiamo di capirlo insieme al dr. Francesco Spinazzola, medico infettivologo già dirigente presso l’IRCCS-INMI L. Spallanzani di Roma Lazzaro Spallanzani e consulente scientifico del Gruppo Lifebrain.

Quando fare il test?

Può essere eseguito in qualsiasi momento della vita. Non è necessario essere malato.

Chi può farlo?

Può farlo chiunque a qualsiasi età.

Dove posso fare il test?

Può essere eseguito nelle regioni che, ad oggi, hanno autorizzato l’esecuzione dei test sierologici per Covid-19 direttamente al paziente.

Come si esegue?

Si tratta di un semplice prelievo di sangue dal braccio. Il campione viene portato in un laboratorio dedicato e sottoposto all’analisi per la ricerca degli anticorpi specifici per Coronavirus. La cosiddetta “sierologia per COVID-19”.

Cosa rilevano i test sierologici?

I test sierologici rilevano gli anticorpi che qualsiasi individuo produce in risposta a un’infezione (o anche una vaccinazione). In questo caso si tratta di ricercare quelli diretti verso le principali proteine del virus SARS-CoV-2 che è responsabile di Covid-19.

Cosa rappresentano gli anticorpi?

Gli anticorpi sono proteine che stanno prevalentemente nel nostro sangue e servono a difenderci dalle malattie, specie da quelle infettive. Sono prodotte da speciali cellule che si chiamano linfociti e insieme ad altre proteine riconoscono specificamente gli organismi estranei e li liquidano in collaborazione anche con cellule di vario tipo se sono efficaci, liberandoci dalle malattie.

Perché si distinguono anticorpi IgG e IgM?

Quando si contrae un virus, infatti, dopo un periodo di alcuni giorni dal contagio, in genere dieci nel caso di questa malattia nuova, il corpo inizia a sviluppare anticorpi di classe IgM (prima fase) e a seguire quelli di classe IgG. Con il passare del tempo le IgG salgono mentre scendono le IgM, con tempi variabili. Le IgG restano in circolo nel sangue per tutta la vita come memoria immunologica, per difenderci da future infezioni.

Che tipo di informazioni che riguardano il mio stato di salute ottengo dal test?

Se i test sia per IgG e IgM sono risultati negativi l’interpretazione è che probabilmente non c’è stata occasione per un contagio e di fatto non c’è una malattia. Si può rinviare il paziente a un secondo prelievo, da effettuare in tempi variabili, in genere dopo venti-trenta giorni, per verificare la correttezza della prima risposta.

Se è positivo il test per IgG?

Se il test ci ha segnalato nella risposta una positività di IgG, significa che il soggetto in esame ha avuto in un momento qualsiasi della sua vita (recente perché il virus è recente) un contatto, un incontro con il Coronavirus. Questo “incontro” potrebbe anche essere avvenuto all’insaputa del soggetto stesso, perché la trasmissione della malattia si sarebbe manifestata in maniera molto blanda senza sintomatologia.  A maggior ragione se una persona ricorda di aver avuto nelle settimane di febbraio o marzo una sintomatologia rappresentata da tosse, febbre, mal di testa e magari anche difficoltà di respirazione.

E le IgM?

In caso di negatività al test per le IgM l’infezione non è escludibile per vari motivi. In caso di infezione da COVID 19 avvenuta pochi giorni prima il corpo ha bisogno di altri giorni, nel nostro caso almeno dieci, per arrivare a produrre la sua prima risposta anticorpale. Pertanto, se il test dovesse essere eseguito poco dopo (troppo presto) l’asserito contagio potrebbe non rilevare gli anticorpi proprio per il fatto di non essere ancora prodotti. In questo caso si parla di falso negativo. Se non si ha la certezza di aver eseguito il test dopo questa fase interlocutoria, in gergo medico chiamata “fase finestra”, la soluzione più prudente è programmare un re-test ravvicinato. Ad esempio dopo 20/30 giorni.

Cosa fare in caso di risultato positivo al test IgM?

Premesso che l’esito del test va sottoposto al giudizio dello specialista infettivologo o virologo ci sono delle informazioni che si possono sintetizzare, nonostante l’interpretazione clinica dei test sia una materia complicata e difficile e che viene aggiornata e, se possibile, cambiata con una certa frequenza. Se una persona risulta positiva al test per IgM, può significare che ha avuto un contatto recente col SARS-CoV-2 (il virus che provoca la COVID-19) e allora è il caso di sottoporsi al test considerato il “Gold Standard”, cioè a un tampone naso-faringeo. Il tampone poi lavorato in laboratorio con un’analisi che si chiama RT-PCR riesce ad identificare il virus. Il SARS-CoV-2 potrebbe non determinare una sintomatologia particolare, ma potrebbe eventualmente fare danni nei giorni seguenti. E allora è utile sapere qual è la situazione dei nostri anticorpi, perché questo accertamento determina l’intervento dei sanitari competenti per far rispettare l’isolamento e mettere al sicuro il paziente e metter in salvo il prossimo. E soprattutto può venire prescritta una profilassi farmacologica (con dei farmaci) per curare la malattia e far durare di meno la quarantena.